I de Mari "...costruiscono il loro palazzo... intorno alla
vecchia fortezza, recuperando in tal modo parte delle strutture preesistenti...".
Il già citato tabulario Virgilio Di Marino descriveva un "...Castello forte...posto
nel mezzo della piazza..., il quale sta con tre torrioni quadri a tre lati, et
uno torrione altissimo ottoangolare nel mezzo; e tutti sono di pietra viva...
Sopra si sale per due gradiate".
Federico Pinto parlava di un "...cortiglio, immezzo dello quale vi è una torre
de pietre vive, fatta ad otto angoli. ... Nello cortiglio grande... sono due
grade per le quali se sagli nell'appartamenti superiori, divisi in due
habitationi con due sale...", di cui una "...timpiata e friggiata di pitture".
Fra le strutture valutate nel 1664 dal tabulario Deliceto per Carlo de Mari, c'è
ancora la "corte centrale" dalla forma trapezoidale: "...Nel mezzo del cortiglio
scoverto grande si trova una torre fabbricata di pietra viva, intagliata ad
ottoangolo, la quale è più alta di detto castello, ed è fortissima; dalla quale
si scoprono molti paesi lontani e vicini.".
Vi sono "...due gradiate, et corridori, quali vanno intorno a detto castello".
A quali maestranze è possibile attribuire la costruzione del palazzo?.
Fino a metà '600 non possiamo che fare congetture: per il periodo federiciano
possiamo chamare in causa il "provvisore ai castelli " dell'imperatore, Filippo
Cinardi, signore della contea di Acquaviva.
Un registro angioino del 1269 registra l'ordine del re Carlo I d'Angiò a
"Consiglio de Baro", di consegnare il castello di Acquaviva a "Galgano de Marra".
Un ulteriore rifacimento, dopo il 1497, si deve, come si è detto, alla regina
Giovanna d'Aragona.
Una lapide nella cattedrale di Conversano documenta, nel 1500, l'opera
dell'architetto acquavivese Palmerio De Rosa: se ne può congetturare
l'intervento anche nella cattedrale di Acquaviva, come fa Sante Simone; e anche
nel palazzo, se gli Acquaviva d'Aragona avessero voluto avvalersi dell'opera di
un maestro locale.
Scrive Sante Simone: " Nel 1500...fioriva nella nostra Acquaviva un grande
maestro dell'arte delle costruzioni ... abilissimo architetto, ingegnere e
scultore nel medesimo tempo. Per la sua indiscussa valentia, fu chiamato nel
1500 a restaurare e rifare in parte il tempio di Conversano, ove lasciò segni
meravigliosi del suo possente ingegno. E poiché le opere fatte lì dal De Rosa
sono somiglianti a quelle che si vedono nella chiesa di Acquaviva, é da supporre
che i disegni e i progetti del nostro tempio siano a lui dovuti.... Nella stessa
Acquaviva ho veduto colonne con capitelli di bellissima esecuzione e
composizione, innanzi la porta di una bottega da ferraio, nel cortile del
Palazzo del Principe, ora del Municipio, e nel Cimitero comunale che, mi si è
detto, stessero ad ornamento della Porta della Città, non guari demolite; le
quali mostrano che in Acquaviva vi è stato un artista ... che ha lasciato dei
bei ricordi alla sua patria".
Per individuare le maestranze attive ad Acquaviva nel XVIII secolo, si fa
ricorso ai "Libri dei Battesimi" dell'Archivio della cattedrale, che per l'8
novembre 1676 registrano il battesimo di "...Giacomo Francesco, figlio legittimo
e naturale di Paulo Riccobuono, ingegnere dell' Ecc.mo Signor Principe di
Acquaviva, e di Angela Tusa, della città di Genova". Il compare fu Ottavio
Ugenti, anch'egli genovese. Nel 1678 é registrata la nascita di un secondo
figlio del Riccobuono, che quindi risiedeva ancora in Acquaviva.
Dalla relazione redatta nel 1666 dal Bernal per Ottavio de Mari, fratello del
principe Carlo, apprendiamo, come già accennato, che le stanze per l'arrivo ad
Acquaviva questi e della consorte Geronima Doria, erano state preparate "...in
casa dell'erario, non avendo voluto il mio eccellentissimo andare al suo
palazzo, per volerlo far purificare meglio dalla puzza della calce e
dall'umidità che vi fosse, per le fabbriche di nuovo fattevi in alcune stanze
...". La villa nel cosiddetto "giardino del Duca" non è evidentemente ancora
pronta; e nel palazzo fervono i lavori.
Le torri del fronte est sono ridotte a livello della tettoia del palazzo; quella
a sud-ovest viene sopraelevata con una specie di altana in tufo; la torre a
nord-ovest é ancora visibile, mentre dobbiamo pensare che l'"altissimo" torrione
ottangolare, collocato dai tavolari nel cortile centrale, sia stato abbattuto,
magari anche allo scopo di riutilizzarne il materiale lapideo.
Sul lato sud, in un locale a pianterreno, cui si accede per una stretta
scalinata dalla volta a botte ogivale, sono ancora presenti i resti di un antico
ingresso fortificato, testimonianza delle funzioni anche difensive un tempo
attribuite al palazzo.
Nel cortile centrale, una bifora a sesto acuto, di epoca presumibilmente
normanno-sveva, testimonierebbe l'esistenza di un ingresso diverso da quello aperto oltre le due
gradinate di fondo.
Le "grade" di cui nel 1612 scriveva Federico Pinto, appaiono scenograficamente
collocate di fronte all'ingresso principale, attraverso il portale sulla
facciata ovest: un "pezzo di bravura" che si configura come "arco trionfale"
d'accesso al palazzo, inteso a creare un complessiva impressione di magnificenza
e potenza.
La "connivenza stemma-portale", in posizione centrale, sancisce il dominio del signore sulla strada.
Lo stemma dei de Mari è ripetuto anche sugli ingressi laterali aperti sul
loggiato, decorati a volute convergenti pressochè identiche a quelle disegnate
lungo gli stipiti dei portali della villa suburbana: indizio evidente della
presenza, in loco, di maestranze che, al servizio del Principe, operavano in
entrambi i cantieri.
La scenografia portale-loggiato prosegue ad est, oltre l'androne che immette nel
cosiddetto "cortile dei Centroni": in asse col portale d'ingresso sono visibili
quattro colonne binate, destinate un tempo a sorreggere il frontone del
monumentale ingresso al giardino del palazzo. A fine '700 le colonne davano
accesso ad un vasto locale destinato alla molitura, trasformato nel 1930 in casa
privata.
Sono le colonne descritte da Sante Simone, e da lui attribuite al De Rosa.
L'intento di tale collocazione, in asse col portale ovest, è quello di rinnovare
l'impressione di muoversi in spazi ampi e in stretta connessione con la natura,
così come era consueto anche nella coeva architettura napoletana.
Lungo il prospetto sud si sviluppa longitudinalmente una sala destinata ad
ospitare la "Galeria di pitture" descritta all'inizio del XVIII sec. da Giovan
Battista Pacicchelli:
"(la città)...apparisce grande in piano, ben disposta di strade e fabriche,
cinta di mura con belle porte...Sontuosissimo e accresciuto di nuovo, si vede il
palazzo del Principe, con ricca e rara Galleria di pitture e cose scelte, più
quarti per la Corte e forastieri, scuderia, Teatro elegante, ed ogni
opportunità...".
Nella galleria dei de Mari, ritratti di famiglia, nature morte, quadri di
soggetto mitologico e religioso; opere di soggetto analogo nella cappella del
palazzo.Oggi non ci resta che un inventario delle opere.
D'altronde il collezionismo d'arte sembra appassionare la famiglia già in ambito
genovese. E' possibile, anzi, che parte dei dipinti acquavivesi siano passati a
Genova, in piazza del Campetto, nel palazzo di Nicola De Mari: nel 1781, Carlo
Giuseppe Ratti vi ritrova il Volto del Cristo di Raffaello d' Urbino; un
Ritratto femminile di Tiziano; lo Sposalizio di Santa Caterina del Veronese; lo
Jugement de Paris del Tintoretto; l' Incoronazione di spine dello Spagnoletto;
la Madonna col Bambino del Correggio; una Vergine di Andrea de Sarto; la Madonna
col Bambino, Santa Caterina, San Girolamo e altri santi, ancora del Del Sarto;
l' Adultera del Guercino; un Volto della Vergine di Guido Reni; un' Addolorata e
una Adorazione dei Magi del Maratti; qualche piccolo quadro "che raffigura delle
vie di Roma, di estrema raffinatezza".
Nella pianta del palazzo, redatta nel 1862 dall'architetto Gaetano De Cornelij
per il nuovo acquirente Sante Alberotanza, (per la descrizione della pianta, cfr.
tesi di laurea...) è ancora registrata la presenza dei locali destinati alla
"Galleria"..." con tre balconi sporgenti sulla loggia scoverta"; la presenza
della "Neviera", della "Giacciera", del "molino"; della Cappella; del "Cafeàmus";
del Teatro. Ancora una puntuale descrizione del palazzo ci è fornita
dall'ingegner Ascanio Amenduni, nel 1871.
Nel Teatro ebbero senz'altro luogo alcune delle rappresentazioni degli
spettacoli allegorici di Domenico Antonio Mele, membro, a fine '600, della
locale "Accademia dei Ravvivati", già esistente nel XVI secolo, e ricostituita
nel XVIII dal "gentiluomo" acquavivese Girolamo Molignani.
Il Mele, nato nel 1647, "dottor fisico" e medico condotto, autore del poema
scientifico "Il Proteo", poeta di corte di Giulio II Acquaviva, nel 1687 scrive
"Le Metamorfosi delle Stagioni" per le nozze fra Teresa de Mari, figlia di Carlo
I, ed Ottaviano de' Medici; prepara gli apparati scenici e scrive "L' Acquaviva
laureata", "La gara degli elementi", "Le perdite di Nereo e Dori", per le nozze
di Gian Battista I de Mari con Laura Doria: nei testi ricorrono i riferimenti al
"mare" e al "lauro", in un gioco di parafrasi su nomi e cognomi degli sposi.
Ancora nel 1824, il 5 marzo, vi viene rappresentata la tragedia "Maometto",
interpretata dai "naturali" di Acquaviva Tommaso Ardilla, Pietro Corcelli,
Domenico de Saulis, Vitangelo Luciani, Giannantonio e Francesco Molignani.
Nel 1917 il Teatro viene dato in affitto al barese Carlo Lenti, che ne restaura
diversi elementi, compreso il palcoscenico, per sublocarlo "al solo uso cui esso
è addetto, rispettando i pregi dell'arte drammatica, e prevenendone
l'amministrazione comunale...".
Anche attraverso le rappresentazioni teatrali,dunque, i de Mari avevano
alimentato un piccolo "culto" personalistico. Tuttavia "eternarsi" in cappelle o
chiese appare più importante che farlo attraverso i palazzi: la presenza in una
chiesa garantisce una memoria certamente più durevole.
Così avviene con le lapidi: nella chiesa di San Domenico, ad Acquaviva, sulla
lapide di Carlo I, si legge:
"Carlo de Mari, Principe di Acquaviva, Patrizio di Genova, Soldato in Napoli,
esperto per nascita e condizione della cadùca mortalità, volle che fosse
edificato, per sé e per i suoi, questo porto sepolcrale, in un luogo sacro,
affinchè dopo la Morte non temesse alcun naufragio. Anno del Signore 1678".
Le metafore del porto e del naufragio fanno pensare all'antica attività di
armatori, e al ruolo di ammiragli, appartenuto tanto ai de Mari quanto ai Doria.
Lo stesso Carlo dona alla Cattedrale una "sacra veste di seta vellutata"; un
"antipendio con stemmi gentilizi"; due "tensi" o baldacchini.
Da Geronima Doria il capitolo riceve "una veste lamata d' argento".
Carlo II de Mari, loro successore, nel 1717 risulta aggregato alla Confraternita
dell' Immacolata, fondata nel 1607, distinta per ceti (gentiluomini, preti,
artigiani,"forèsi") e ospitata nell'oratorio di via Concezione, oggi via Luciani;
nel 1718 la moglie del Principe, Beatrice del Tocco San Severino, offre alla
Vergine una collana di diamanti; nel 1719 si registrano nuove offerte di Carlo II in ringraziamento
per la propria guarigione; nel 1729 il Canonico Tommaso Rosa descrive una "
cappella feudale nelli Parchi Macchiosi del signor Principe di Acquaviva", nota
come cappella dell' Annunziata, restaurata nel 1886.
La ricerca potrebbe ovviamente estendersi in più direzioni, in ambito tanto
pugliese quanto ligure; ma i dati sin qui raggruppati, per quanto non esaustivi,
possono ritenersi sufficienti a delineare la storia, soprattutto "ideologica",
di una stirpe le cui matrici speculativo-finanziarie sfociano in comportamenti
del tutto simili a quelli della più antica feudalità meridionale.